“Le dieci accuse dei tifosi a Cairo il presidente che uccide i sogni” - IL TORO SIAMO NOI
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“Le dieci accuse dei tifosi a Cairo il presidente che uccide i sogni”

Ha sradicato il Toro dalla città, usa una retorica irritante ma non conosce davvero la storia del club Poi ha una visione di breve periodo, non ha creato senso di appartenza e gioca sempre al risparmio.

Il rapporto tra chi ama il Toro e chi ne possiede le chiavi della sede, ma non del cuore, è ai minimi storici: la stragrande maggioranza dei tifosi granata non ne può più di Cairo, del suo modo di fare, persino del suo modo di parlare. Si tratta di uno stallo senza uscita, visto che l’argomento più solido a favore del presidente ( c’è un alternativa a lui?) è inattaccabile. Illustrare i dieci motivi per cui la gente non sopporta più Cairo può però servire per tentare di ricostruire un rapporto su nuove basi, ammesso ci sia la volontà di farlo.

1) Cairo non ha mai provato empatia nei confronti dei tifosi del Toro e perciò, in assoluta buona fede, non ne ha mai saputo interpretare le aspettative né sa quali siano le origini della rabbia, della delusione, nemmeno della felicità. Da eccellente venditore qual è, non ha stranamente capito i gusti dei suoi clienti.

2) Non ha una prospettiva, una visione. Nei suoi programmi non c’è respiro. L’unico obiettivo sembra la linea di galleggiamento. La crescita è legata al rendimento stagionale di questo e quel giocatore, ma non ha nulla di strutturale.

3) La sua retorica irrita i tifosi. Ha imparato la storia del Toro attraverso un bignami di stringate frasette mandate a memoria che ripete mnemonicamente ogni volta che gli viene richiesto. Non si notano segni di coinvolgimento, né spessore sentimentale. Sembra anzi molto geloso del fatto che la storia granata faccia breccia sui cuori e le vicende attuali invece no.

4) Ha sradicato il club dalla città, trasferendone di fatto la sede operativa nei suoi uffici milanesi. A Torino il Toro non c’è, non interagisce con le istituzioni, con la cittadinanza, con le realtà locali quando invece era la sua presenza sul territorio a metterlo in una posizione di forza rispetto alla Juve. Adesso la situazione si è ribaltata, è la Juve a infiltrarsi meglio nella torinesità.

5) Ha una visione miope su qualunque progetto di ampia portata, a cominciare dagli impianti. Il Grande Torino è freddo, asettico, quasi neutrale. Il Filadelfia è un progetto che ha sostenuto per dovere, mettendoci il minimo indispensabile ma mai uno slancio, del coinvolgimento. Il Robaldo è una chiacchiera vuota. La sua strategia è all’opposto di quella dei club illuminati, che incardinano il futuro su muri e mattoni, su stadi e centri sportivi.

6) È un accentratore che dà l’idea di desiderare che la sua immagine si sovrapponga a quella del Torino. Ogni volta che i granata vincono una partita le sue dichiarazioni inondano la rete, altrimenti cala il silenzio. Identificando il Toro con sé stesso non ha fatto crescere una classe dirigenziale forte e autorevole all’interno del club, la cui struttura gerarchica è ridotta all’osso. Per molti il Torino non è più il Toro, ma la Cairese FC.

7) Ha sempre una scusa buona per tutto e ben raramente si è accollato la responsabilità degli sbagli. Racconta, e fa raccontare, una realtà parallela a tinte pastello che non ha alcuna attinenza con quello che accade davvero nel mondo Toro. Certi slogan stantii risultano irritanti, alle orecchie dei tifosi. Un esempio? « È dura migliorare il Torino, Messi non è in vendita e in difesa siamo meglio della Juventus » ( agosto 2019).

8 )Per lui una spesa è una spesa, mai un investimento. Con questo ragionamento, si è lasciato sfuggire innumerevoli opportunità di mercato e di sviluppo, tirando per le lunghe trattative sfinenti pur di risparmiare qualcosa, però rimanendo spesso con un pugno di mosche in mano ( e quindi risparmiando molto). Rimanda sempre fino ultimo sperando nei saldi ma scordando che la sua stagione migliore fu quella in cui affidò a Ventura la rosa completa all’inizio del ritiro.

9) Non sa far sognare i tifosi perché non conosce i loro sogni. Né si rende conto di quanto certe idee facciano invelenire la gente, tipo quella volta che pensò di comprare Maresca, per non di dire quanti giocatori ha preso benché appartenessero a due categorie che la tifoseria granata disprezza: gli squalificati per illecito sportivo e gli ex juventini. Non ha mai né rimarcato né cavalcato la differenza ( etica, filosofica e morale, per usare dei paroloni) che il tifoso granata religiosamente coltiva, che lo caratterizza e che in definitiva ne garantisce la sopravvivenza, ma resta persuaso che per pacificare la gente basti qualche buon risultato, come se vincere fosse l’unica cosa che conta.

10) Non ha creato senso di appartenenza. Oggi i giocatori vengono volentieri al Torino perché la società è solida, gli stipendi assicurati e la città vivibile, ma per i più è solo una fase di passaggio, anche perché non è mai stato fatto nulla per coinvolgere la squadra fino al midollo delle vicende granata presenti, passate e future. Il Torino è buon posto di lavoro, non una scelta di vita. Manca totalmente la connessione tra il club e il sentimento popolare.

di Emanuele Gamba