L’intervista di Capitan Mazzola:”Io vicino all’Inter,mio figlio avrà un futuro nel calcio”

Valentino, mito del Toro, non fu ceduto perché i nerazzurri non avevano i 30 milioni per il cartellino. Quelle parole profetiche sul piccolo Sandro…

«Domenica prossima ci sarà Torino-Inter… l’Inter è la mia squadra preferita, beninteso dopo il Torino». Scriveva Valentino Mazzola. L’attesa di una partita come fosse oggi, anche se stavolta sarà lunedì ed è Inter-Torino. Inter-Torino fu anche l’ultima partita giocata in Italia dal fantastico capitano prima di morire in aereo. Ma qui siamo nel 1947, 7 dicembre. Valentino Mazzola ha cominciato una collaborazione, a sua firma a fondo articolo, con l’Europeo: una lenzuolata di giornale, non striminziti patinati come oggi. L’Europeo, allora diretto da Arrigo Benedetti, era un periodico che si occupava di cronache, fatti e misfatti. In aggiunta il supplemento sportivo. Mazzola racconta di intravedere il suo tramonto e dunque di pensare anche ad altro. Non si nega lo spot pubblicitario. «Ho deciso, soprattutto per l’avvenire dei miei due bambini, di iniziare un commercio di scarpe da calcio e palloni di marca Mazzola. E Parola, mio maggior concorrente in questo campo, verrà a comperare le mie perché saranno più a buon mercato». Oggi ci avrebbe aggiunto un emoticon sorridente. Ma in realtà il titolo dell’articolo, e il contenuto, ci riportano al calcio senza tempo: stessi temi, stessi problemi di oggi. «Solo nel sistema l’avvenire del calcio», annuncia il capitano del Torino che, ai tempi guadagnava centomila lire, il doppio dei compagni.

Però, prima di addentrarci nella lucida analisi, ecco due chicche. Mazzola parla degli avversari: «Credo di essere uno dei giocatori più francobollati d’Italia: Marchi e Campedelli sono due grandi giocatori, ho avuto modo di sperimentare il blocco difensivo del Bologna: durissimo e pericoloso. Tra i compagni Maroso se si deciderà ad allungare il pallone con intelligenza ai suoi avanti». E d’improvviso compare la citazione di Sandrino, quasi lo pensasse difensore o fosse solo una battuta. «E poi mio figlio! Mio figlio Sandrino ha 5 anni ma sa toccare il pallone come un giocatore consumato. Credo sia nato col gioco del calcio nel sangue».

Valentino ci aveva visto giusto, Sandro non è stato un difensore ma uno nato con il pallone nel sangue. Destinato pure lui a diventare uno dei giocatori più francobollati d’Italia e d’Europa. E chissà mai, il caso o il sesto senso, Mazzola si è poi messo a parlare di Torino-Inter e di quell’Inter. La consequenzialità tra l’opinione sul figlio e il discorso sull’Inter mette i brividi, avendo tra le mani la storia del calcio che è stato. Era destino… «Finalmente vedrò giocare Lorenzi (per Sandro fu un tutore calcistico, ndr) del quale tutti parlano e che non ho mai giudicato con i miei occhi. All’inizio stagione ho avuto parecchi scambi di lettere con Masseroni per il mio passaggio tra i neroazzurri. Credo che il prezzo della cessione si aggirasse sui 30 milioni, ma il presidente dell’Inter non poteva disporre di tale cifra dopo i milioni pagati per gli altri acquisti. Mi piace l’Inter perché ha nelle tradizioni bel gioco senza scorrettezze. Ma per ora penso solo al Torino e a vincere il quarto scudetto consecutivo, anche se sarà forse un’impresa più difficile della scorsa stagione». Che penseranno i tifosi dell’Inter? Mettere nell’album delle figurine di sempre Valentino Mazzola insieme a Meazza e Ronaldo: un trio di immortali del pallone. Massimo Moratti ci poteva aggiungere anche Messi, se avesse avuto più sprint decisionale.



L’articolo vale il ricordo anche e solo per queste confessioni. Ma Valentino, allora 28enne, ci racconta dei tempi suoi e quasi par di essere nell’oggi. «In Italia il foot-ball (così allora si scriveva e diceva, ndr) è in un periodo di crisi dovuto a due ragioni. La maggior parte dei calciatori non prendono con sufficiente serietà l’allenamento. Bisogna saper fare sacrifici. Rebuffo, ex giocatore del Torino, che fu anche il mio miglior maestro, dice che hanno troppi vizi, non sanno cosa significhi la disciplina. Io da anni ho abbandonato vizi e divertimenti, non mi troverete mai a ballare nei locali notturni. Ho fatto togliere il telefono dal mio appartamento perché mi svegliavano di notte alla vigilia di ogni partita importante con telefonate di ogni genere. Alle dieci di sera sono sempre a letto. Curo il mio fisico secondo i sistemi che seguiva Monti, il famoso centromediano juventino. Mangio presto, sempre, non solo la domenica, perché è soltanto a stomaco vuoto e a digestione ben avvenuta che i polmoni possono assolvere bene la loro funzione». Aggiunge una riflessione molto personale. «E per questa mia vita da certosino ho sacrificato anche la felicità coniugale, perché mia moglie non si è assoggettata a condividerla con me». Infatti Mazzola, raccontano le cronache, aveva un altro legame sentimentale.

«Il sistema rappresenterà l’avvenire del calcio, ma sistema significa precedere l’avversario e non interrompere la sua azione con spinte, colpi duri o illeciti. Ecco la seconda ragione della crisi che stiamo attraversando: non si bada più a fare del bel gioco ma si bada a vincere con tutti i mezzi. Il calcio è diventato una specie di caccia all’uomo, di picchi e ripicchi con relativo spezzettamento del gioco, infortuni anche gravi che ne seguono, mancanza di sicurezza da parte di tutti». Arrigo Sacchi sarebbe corso a stringergli la mano. Leggete qualcosa di diverso rispetto al calcio di oggi? E, in quella stagione, il Torino vinse il quarto scudetto consecutivo.

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