Sergio Vatta,una storia granata

In fondo per qualcuno non è neanche calcio, catalogabile come quasi amatoriale. Quando lo guarda in tv,  gli stadi sono piccoli, semivuoti . Con tutte quelle macchine che sfrecciano intorno, come se avessero di meglio da fare. Anche adesso che sullo schermo se ne vede di più. Ma negli anni in cui allenava lui, andava in diretta solo la finale del torneo di Viareggio. E lui di solito la vinceva. Sergio Vatta nasce a Zara, sono sei figli. E’ un bambino di sette anni in esilio perchè la Dalmazia non è più Italia. “Non capivo, quell’esperienza allucinante sembrava un’avventura”. Si sale su una torpediniera tedesca e si arriva a Fiume. Il campo profughi è dentro una galleria. Qui trova una collinetta per giocare a pallone ma sotto i bombardamenti. “Ci spostiamo a Trieste. Qui incontro un soldato neozelandese che mi dice: ‘Non avrete più fame”.

Dopo dodici anni di campi profughi, ci si ferma a Torino. Si batte per avere un letto. Il racconto coincide esattamente con quello del piccolo Giovanni Udovicich , altro bambino profugo , ma a Novara:  “Alle Casermette sentivo certe mamme dire ai bambini ‘se non state bravi, domani vi facciamo mangiare dai profughi’ “. Perché il razzismo è uguale e stupido dappertutto.

SETTE UNDICESIMI

Gli assegnano una casa in zona Lucento, come altri profughi. La prima volta in uno stadio non si dimentica:  “Sono entrato al Filadelfia in punta di piedi. Avevo paura anche di spostare i sassolini”. Sergio Vatta gioca, è un discreto centrocampista. Va a L’Aquila, poi Campobasso e Fano. Segue i consigli di un amico e diventa allenatore. Gli affidano lo Juniorcasale ed è promosso in serie C al primo colpo. La difesa è un bunker e poi in porta c’è un giovane che si chiama Claudio Garella.Sergio Vatta sul campo

A quei tempi facevo anche l’osservatore del Torino sotto le direttive di Giacinto Ellena, che è il più grande scopritore di talenti della storia del calcio nazionale. Un giorno mi dice di seguirlo a Lione. C’era il Nancy , nelle cui file giocava un giovane di origini italiane, un certo Michel Platini. Ne fummo folgorati. La cifra per un’opzione però era di 100 milioni e il Toro di quei tempi non era economicamente florido. E poi le frontiere erano ancora chiuse . Insomma si rimanda tutto. Qualche tempo dopo Ellena mi propone di occuparmi dei giovani granata. Una scommessa con me stesso”.“Con le mie origini , la mia infanzia durissima , la mia giovinezza da operaio, non potevo non essere del Toro , non amare il Toro . Che è sangue caldo della gente”. La prima stagione ufficiale di Sergio Vatta alla guida della Primavera è quella ’78 – ’79. La strada è battuta. Infatti due anni prima Rabitti ha portato la squadra allo Scudetto. A Vatta piace parlare sempre del futuro . Quasi sempre. “Quando si tratta del Grande Torino, il passato non è polveroso, tarlato. E’ un passato speciale, del quale non si deve fare a meno. Quelli che approdano al Torino, che giocano in via Filadelfia, capiscono subito che l’esperienza è unica, che si entra in un ambiente favoloso e tragico “.

L’appuntamento è proprio lì, al Filadelfia alle 17.30 del 9 giugno 1979. Finale di ritorno dello Scudetto Primavera . Contro il Napoli allenato da Mario Corso. Sergio Vatta in panchina è il valore aggiunto del Torino. “Le formazioni Primavera sono all’avanguardia rispetto alle squadre di serie A. Da noi si gioca un calcio più moderno, con avanzati concetti di calcio totale. Un continuo scambio di ruoli che si nota tra i ragazzi che esordiscono in serie A”. E poi nella squadra ci sono Andrea Mandorlini e Agatino Cuttone in difesa, Giancarlo Camolese, Franco Ermini e Claudio Sclosa a centrocampo. Il compito dei ragazzi di Vatta è difficile. All’andata hanno perso 2-0 e la squadra dei Di Fusco, Volpecina e Celestini alla fine è campione d’Italia. Nonostante l’ attacco atomico dei granata: accanto a Pietro Mariani e Maurizio Iorio , c’è un diciottenne che si chiama Alessandro Bonesso. Un ragazzo da un gol a partita, che per rimanere in media ha fatto doppietta nel derby in aprile. Segnerà ancora alla Juve, ma a Dino Zoff : “Quando Radice decide di convocarlo per la prima squadra, è un venerdì. Sarebbe stato l’esordio. Lui però fa presente che il sabato ha un altro impegno: compito in classe di ragioneria”.Il Toro al Viareggio nel 1984. Vatta rimane l’allenatore più vincente in questa importante rassegna mondiale del calcio giovanile

Solo con i suoi ragazzi Vatta è felice. Gli basta respirare per incamerare energia. Sbaglia quindi chi pensa che i frutti del suo lavoro faranno contenti soltanto gli altri. E poi gli tocca rimettersi in discussione, lo stimolo imprescindibile : “Sono bravi di natura, si capisce. Ma questo non vorrebbe dire niente senza serietà, senza fatica. Li abituo anche alla lealtà: guai se li vedo ricorrere a trucchetti, mezzucci . Io li voglio avere uniti, li voglio vedere, tenere sotto dialogo continuo. Li vado a controllare anche a scuola. Se è il caso, li tolgo di squadra. Tanti ne ho visto perdersi , sparire”. Per esempio, in porta c’è un ragazzo valdostano che si chiama Iliano Riccarand. Nella foto ufficiale lo mettono coi grandi. Qualcuno pensa si sia montato la testa perché a casa arriva in Bmw, ma l’ha comprata di seconda mano da Patrizio Sala. Ogni tanto va a fare la riserva a Terraneo o a Copparoni. Non giocherà mai , nemmeno in B. Per il grande pubblico solo una comparsa. Invece una buona carriera in serie C.Riccarand terzo portiere nella “rosa” del Torino 1978-’79.

Non scandalizzatevi se vedrete cambiare spesso la formazione . Subiremo sempre le esigenze della squadra maggiore. In campo giovanile contano un po’ meno i risultati e molto più la maturazione dei singoli giocatori. Le nostre mire non vanno tanto verso la vittoria nella singola manifestazione, quanto verso un programma a medio-lungo termine. Per esempio, vorremmo che al massimo entro due-tre anni la prima squadra fosse composta per sette undicesimi da calciatori cresciuti nel vivaio. Una squadra tutta fatta in casa”. Ci riuscirà. E’ affabile nella vita, diventa irascibile soltanto quando non vengono ascoltate le sue direttive in partita. L’11 gennaio 1981, dopo un pareggio in casa contro la Sampdoria, li convoca nel cortile : “Sentite stronzi, vi voglio ricordare una cosa: c’è uno seduto sul pilastro del cancello che si chiama Valentino Mazzola. Si chiama, non si chiamava. Finchè non capirete questo, sarà difficile per voi. Qualcuno tra questi ragazzi s’è montato la testa per aver fatto un’apparizione in prima squadra. Quando è tornato, si è comportato in maniera strana , quasi a disagio tra noi. Deve sapere che un eventuale ritorno nella prima squadra dipende soprattutto da ciò che fa con noi”.

Forse non lo sa, ma dalla squadra di quel giorno verranno fuori Flavio Destro, Adelino Zennaro, Ezio Panero. E anche Giovanni Francini e Dante Bertoneri, segnalati a Massa da un osservatore , tale Mollicciara , che nessuno ricorderà più. Tranne Sergio Vatta. E il signor Ezio Rossi, il suo allenatore in campo. Duttile al punto che si potrebbe definire “un calciatore senza numero”, copyright di Nereo Rocco che così aveva etichettato Giorgio Morini. “Abbiamo creato un ambiente adatto alla loro crescita. I ragazzi possono esprimere il massimo delle loro potenzialità, affrontando il calcio senza angosce”. Lui, con discrezione, li vuole soprattutto proteggere. Creare quella linearità che nel circo calcistico non ci sarà mai. E nemmeno al di fuori. “Anche se ho agito spesso con decisione e durezza, ho sempre cercato di avere con i ragazzi un rapporto paritario. Li lascio discutere anche nell’intervallo della partita”. Nell’agosto ’81 vince il torneo città di Cuneo, rifilando un 5-1 all’Anderlecht in finale. Si perdono per strada la Juventus e gli spagnoli del Barcellona. “In un ragazzo la forza fisica si può migliorare, la tecnica affinare, ma se uno non possiede creatività e fantasia, non si eleverà dalla media. Ecco perché tutte le squadre giovanili del Torino giocano a zona, un modulo utile per farli partecipare di più all’azione. Seguiamo programmi molto precisi che vengono studiati insieme con il preparatore atletico, il professor Trucchi . Abbiamo praticamente fuso la preparazione fisica con quella tecnica. E tutto il lavoro di resistenza viene compiuto con il pallone. Così come quello di velocità, perché nel calcio la velocità non esiste. Esiste l’abilità veloce”.

La Roma vuole a tutti i costi Sergio Vatta , ma non se ne fa niente. “Ho una moglie saggia che non mi chiede di girare il mondo a fare soldi”. Al Viareggio ’82 non si vince, ma ci sono i complimenti di Johan Cruijff. Poi il 12 aprile al Comunale, il Torino vince il prestigioso torneo Barcanova battendo la Juventus . Davanti a cinquemila persone si esalta il nuovo libero granata: si chiama Roberto Cravero e di lui il mister dice che “rende ogni cosa più semplice, senza mettersi in mostra. E’ un indubbio segno di classe”. A centrocampo corre Vincenzo Esposito, in attacco il diciottenne Antonio Comi ,  subito arruolato in prima squadra. L’approccio è scientifico: “Negli ultimi anni il calcio è cambiato, il calciatore non ancora. Al mio fianco ho il dottor Prunelli , uno psicologo. Il nostro desiderio è quello di rompere quella sfera di cristallo che avvolge il giocatore importante. Noi inseguiamo un obiettivo ben preciso: fare di questi ragazzi, professionisti seri e uomini capaci. Non si può nascondere il fatto che la violenza negli stadi troppo spesso sia generata dal comportamento irresponsabile dei giocatori: ebbene la squadra del Torino quest’anno non ha subito espulsioni. Questo cambiamento non interessa solo i ragazzi, ma anche me stesso. Facendomi affiancare da uno psicologo , ho dovuto vincere la paura di perdere il ruolo di leader”. I ricambi in attacco comunque non mancano, perché adesso sotto cova c’è Marco Osio. Vatta lo fa giocare dietro le punte, proprio come farà Nevio Scala. E in difesa c’è il gigante Silvano Benedetti. Alla prima di serie A, il Torino va a Marassi contro il Genoa. E’ il 13 settembre ’81. Sono nove su sedici i granata nella lista dell’arbitro provenienti dal vivaio. Il 16 maggio 1982 per Torino-Como saranno addirittura tredici : la missione è compiuta.

Sergio Vatta vince due Coppe Italia consecutive: 1982-‘83 e ‘83-’84. Dicendo sempre in faccia tutto. “Non sono d’accordo con chi li definisce immaturi . Sono inesperti, questo sì , per forza. Le vere difficoltà non sono quasi mai di natura tecnica, ma psicologica, di ambientamento. Bisogna riuscire a ricreare le stesse condizioni ambientali a cui sono abituati nelle squadre giovanili. E devono avvertire fiducia nelle loro possibilità. Per rendere al massimo”.

UN QUARTO D’ORA

E’ il 5 marzo 1984 : finale del Viareggio. “Questa può essere davvero la volta buona”. Nei quarti hanno eliminato il Nottingham Forest in rimonta: gol di Comi e Picci in un acquitrino. Poi la Fiorentina. E in finale Vatta ritrova la sua bestia nera , il Napoli. Che ovviamente non arriva lì per caso: a metà campo Ciro Muro e Pietro Maiellaro (che è in prestito). Dopo un’ora, Vatta azzecca il cambio: appena entrato, Zennaro risolve di testa in tuffo. E’ la prima vittoria in assoluto del Torino al torneo di Viareggio : “Ho insegnato ai ragazzi. Ma a me loro hanno insegnato di più”.L’anno dopo all’esordio Comi rifila una doppietta all’Ajax. Adesso tocca a Cavallo e Argentesi, Cornacchia e Picci, Scienza e Lerda. Ci sono ancora Osio e Benedetti. Di rincalzo, tanto per gradire, Massimo Brambati e Roberto Rambaudi. E il 18 febbraio ’85 la seconda finale del Viareggio . La Roma, con Di Livio e Desideri tra gli altri, tiene sempre palla, ma non graffia. Solo una traversa sporca di Desideri su piazzato : “In questi tornei bisogna essere bravi a far correre gli avversari”. A sette minuti dalla fine, iniziativa dalla sinistra di Franco Lerda: Antonio Comi la butta dentro di testa. In tribuna Gigi Riva benedice.

Anche in campionato si arriva in fondo, alla finale . “Abbiamo lasciato sfogare la Lazio. Hanno speso molte energie, ma con questo Torino per loro è diventato tutto più difficile ”. In gol ancora Antonio Comi di testa in tuffo su assist di Picci. Osio devastante in contropiede. Nei 180 minuti il punteggio è 3-0 per il Toro che è Campione d’Italia. Non riesce un trouble solo perché il Milan li batte nella finale di Coppa Italia : “La qualità più importante per un calciatore è sapersi migliorare all’infinito. Ma non è innata, viene trasmessa dall’allenatore” .

Sergio Vatta è ormai riconosciuto come il miglior forgiatore nostrano di talenti. E lui non nega, non potrebbe. Parlano i risultati. Prova ancora a seguire i suoi dopo il grande salto : “Antonio Comi è un ragazzo sensibile e dotato. E’ al Toro fin da bambino. All’inizio giocava attaccante, centotrenta gol il primo anno e qualcosa come trecento gol in tre anni”. Vatta sostiene che i grandi numeri sotto porta di Comi siano il prodotto della sua grande tecnica e della sua fisicità, ma che abbia le caratteristiche del costruttore di gioco. Lo sposta infatti gradualmente in mezzo al campo . “Vinciamo il torneo di Viareggio e Comi divide la sua parte di premio con i compagni. Poco dopo conquistiamo il titolo italiano e il ragazzo chiede alla società di devolvere il suo premio a un compagno che, a causa di un incidente, non potrà più giocare al calcio. A quel punto l’ho obbligato ad accettare il premio perché non mi sembrava che dovesse sacrificarsi. Contemporaneamente ho indetto una colletta a favore del ragazzo sfortunato”. La finale del Viareggio ’87 è una delle più spettacolari della storia. Il Toro e la Fiorentina si fronteggiano per una quarantina di minuti. Il punteggio è 1-1, pubblico quasi tutto per i viola. Poi la squadra di Vatta guadagna campo. Lì in mezzo dirige le operazioni Giorgio Venturin . La squadra inizia a danzare tra avversari impotenti. Fuser se li porta un po’ a spasso, c’è un palo di Lentini : finisce 4-1.  Il Torino chiude il torneo con undici gol fatti e due subiti . E con una delle squadre più giovani del torneo, perché Vatta ha rifiutato prestiti e fuori quota. Non perde una partita da sei mesi. Adesso tocca farsi saccheggiare da Radice per la prima squadra. “E’ bellissimo quando i ragazzi ti chiedono se possono restare un quarto d’ora in più sul campo. Spero sempre arrivi quella domanda. E’ anche merito del pubblico del Filadelfia. Credo che i ragazzi vogliano rimanere anche per sentire quel calore”.

Diego Fuser è stato ribattezzato “Coccolino” dai compagni per il suo carattere mite. Nella finale scudetto, l’anno dopo fa doppietta. Il Torino è di nuovo campione d’Italia. “Quando un ragazzo esordisce in prima squadra, il più emozionato sono io. E’ tale la soddisfazione che la fatica e la mancanza di riconoscenza di alcuni non contano più. Fuser è un giovane tranquillo, perfino ingenuo. Ed un calciatore già uomo. Dietro la facciata di ragazzo mansueto, sa soffrire. Un mulo ricco di qualità . Quel secondo tempo con Lentini e Fuser in un derby di serie A è stata una gioia”. Per la cronaca è il 26 aprile 1987: quando Fuser entra al posto di Junior, ancora otto granata in campo provengono dal vivaio. Poi segna la Juve con Brio. Il gol del pareggio è su azione Fuser-Lentini-Cravero. Tutti suoi. Da Napoli intanto, Luciano Moggi chiama Vatta: è no. Adesso tocca correre a Gianluca Sordo e ai gol pensa Giorgio Bresciani. Arriva in prima squadra nell’estate ’87 e segna subito contro la Dinamo Kiev. Ha diciotto anni e guadagna trecentomila lire al mese. Suo padre fa il camionista. A fine partita Bresciani ha qualcosa da dire: “Voglio ringraziare pubblicamente il mio allenatore Vatta. Da lui ho imparato molte cose. Naturalmente anche a vincere”. E’ la vigilia di una trasferta. Pomeriggio di relax. Sergio Vatta va con il suo capitano Zaffaroni a vedere una partita. Giocano gli avvocati contro i medici. “Vede mister, questi si divertono. Sono i soli. Noi non ci divertiamo più”. Al torneo di Viareggio ’89 tra i migliori ci sarà proprio Marco Zaffaroni. Sulle maglie granata la coccarda tricolore della Coppa Italia e lo scudetto. Nei quarti di finale c’è da superare gli argentini del Deportivo Italiano , i favoriti del torneo. Anche perchè presentano un centravanti interessante, all’anagrafe Gabriel Omar Batistuta. “Loro erano al limite dell’età consentita ed erano forti”. E Paolo Di Sarno, portiere del Torino, trascorre un pomeriggio indimenticabile: non si passa. In semifinale viene battuto il Parma di Bucci e Melli: terza finale consecutiva.Acclamato nel vecchio e mitico Comunale di Torino.

In tribuna qualcuno si è appuntato il nome del piccolo Benny Carbone , che di solito gioca un tempo con la Berretti e uno con la Primavera . “Vatta mi ha fatto capire che non devo montarmi la testa”. Proprio lui procura un piazzato: una deviazione su tiro del terzino sinistro Farris, detto “Rambo” , mette al tappeto la Roma. Il Torino non subisce gol in tutto il torneo. “E’ stato un piccolo miracolo. Questa è la vittoria più bella, perché ottenuta in condizioni veramente difficili, da soli, senza chiedere aiuti a nessuno. E in un momento difficile per la società”. L’intarsio di Vatta si è dimostrato ancora solido anche se ne mancavano quattro, ormai aggregati alla prima squadra. Tra questi Alvise Zago, altro splendido esemplare. Anche se si è rotto il ginocchio destro e non sarà più lo stesso. Avrebbe voluto proteggerlo di più, quasi come Massimiliano Catena. Ma era impossibile e fa male.    Nemmeno un bicchiere di spumante per festeggiare il quarto Viareggio vinto in sei anni. Senza tregua. Anche perché c’è la proposta di Silvio Berlusconi: cordialmente rifiutata. “Un’offerta degna di una grande squadra. Se avessi accettato , come avrei potuto entrare in uno spogliatoio e dire che i soldi non sono tutto? Così ho finito di pagare il mutuo nel 2001”. Si calcola che quel Toro Primavera sia costato 150 milioni e sia stato venduto per una vagonata di miliardi. Più di trecento. “Dovete lottare per realizzare i vostri sogni. Non quelli dei vostri genitori o dei vostri procuratori”. Solo due mesi dopo si porta a casa la quinta Coppa Italia. E’ il 19 aprile 1989. “Speriamo di riuscire a rasserenare l’ambiente”. Perché la squadra maggiore è in sonno narcolettico. E con un piede in serie B. Per salvarla, chiamano proprio Sergio Vatta .

PARENTESI

Calciatori riuniti in mezzo al campo. Le parole che escono dalla sua bocca conservano tutto il loro significato originario: “Il Toro ha fretta. Io non ho il tempo per fare rivoluzioni, ma qualche cambiamento. Più che gli uomini, cambierò la loro posizione in campo. In 3-4 giorni non potrò dare un gioco o la condizione a chi ne ha bisogno. Giocheremo una zona mista per alimentare meglio il gioco. E soprattutto non dovremo avere paura di nessuno”. Alla fine chiede: “Qualcuno ha qualcosa da dire ?”. Silenzio.

Anche se ho notato un lampo negli occhi di molti”. Ricostruisce il centrocampo su Fuser, Sabato e Comi, con Edu a suggerire per Skoro e Müller. Parla (rigorosamente in slavo) con Skoro: “Dribblare a centrocampo è inutile”. Comi non è più l’idolo del Filadelfia. E’ contestato e soffre: “Hanno cominciato a coccolarlo , a viziarlo. Ha perso il babbo e ne ha trovato tanti altri,troppi”.

Un punto nelle prime due. Manca anche la mentalità da squadra che lotta per non retrocedere. “Dare tutto è un impegno morale che ognuno deve sentire. E credo che tutti lo abbiano capito, se veramente sono professionisti. Non generalizziamo, ma per molti di loro la colpa è una sola: scarsa predisposizione alla fatica. Conosco i ragazzi fin dai tempi del Filadelfia e qualcuno l’ho già preso dalle orecchie anche se ora è diventato padre di famiglia . La fiamma si sta spegnendo . Il Torino ha avuto la sfortuna di chi è debole e sta male”. Alla fine dice che tornerà alla Primavera e forse non vede l’ora.

Non fa che usare la parola “miracolo”. E non usa quasi mai il “noi”. Come se non fosse affar suo. “Mi rifiuto di retrocedere senza fare nulla per evitarlo. Quindi regolatevi di conseguenza. Dovrete profondere tutte le energie che avete in corpo, al punto da non averne per rientrare negli spogliatoi. Ho bisogno che questa squadra impazzisca. E faccia ora quello che non ha fatto in un anno”. Mette il suo Farris sulla fascia sinistra: “Devi farmi cento volte il campo su e giù . Si era persa la filosofia dell’allenamento. I risultati si preparano con la fatica di tutti i giorni. Non dicendo ogni volta ‘domenica vinceremo’. E la responsabilità di questo non è solo dei giocatori. E’ mancato un esempio di professionalità. Quando situazioni si protraggono per mesi, l’ambiente finisce per vivere di piccole ripicche personali e chi è meno maturo, non si rende conto di danneggiare solo se stesso”. E Müller sbaglia un rigore.

Odia le frasi sottovoce e i compromessi. Ha qualcosa da dire a Roberto Cravero. Può permetterselo, è tra i tanti cresciuti con lui: “Ha reso al dieci, venti per cento . Ha un sedere che sembra un cuscinetto di una geisha. E’ un grande giocatore, come libero secondo solo a Baresi. Ma non è diventato ancora un leader”. I calciatori adesso sono impiegati nel loro ruolo. Due vittorie contro Como e Inter danno speranza. Cravero rimane mezz’ora in campo con la distorsione alla caviglia. C’è serenità. La rabbia che prima finiva soprattutto nelle interviste, viene canalizzata in partita. “Vatta in allenamento ci insegna a scherzare sui nostri errori. A sdrammatizzare”. Lui in allenamento li fa giocare. Soprattutto quello: giocare. “La cosa più sbagliata che possa fare un allenatore è quella di porsi come un padre nei confronti dei suoi giocatori, perché finisce col non vederne i difetti”. E’ troppo tardi. A Lecce si perde, il Torino va in B dopo trent’anni. Hanno offerto a uno come lui cinque partite : più che un’opportunità, è sembrato un dirottamento. Cravero piange. Lui ci parla: “Adesso è pronto per diventare un vero granata”. Poi deve intervenire anche da Biscardi per la storiaccia del premio salvezza da un miliardo. “Questa squadra avrebbe potuto salvarsi prima . Ha avuto paura di portare a termine il risultato. Vi assicuro che è più facile che con i ragazzini. Chiudo volentieri questa parentesi non piacevole e sono contento se a rodersi il fegato sarà qualcun altro. Succedono cose inaudite in prima squadra: alcuni cominciavano ad allenarsi alla fine della settimana. Quel modo infantile di vivere questo mestiere, non mi piace”. Il venerdì Müller e Skoro erano in discoteca.

Torno al mare pulito del settore giovanile. In serie A tutti si riempiono la bocca parlando di professionalità, ma molti non sanno nemmeno cosa sia. Appena si affaccia al professionismo, un ragazzo cerca subito il procuratore a cui deve dare il dieci per cento. E da quel momento, non ancora a 18 anni, inizia a pensare soltanto ai soldi, anziché a tutto quello che deve imparare per essere un calciatore professionista”. In Primavera ritrova tutti pronti. Soprattutto Sandro Cois e Giuseppe Pancaro . Davanti ancora Benny Carbone, inarrestabile. La stagione ’89 – ’90 inizia con un eloquente 8-0 al Piacenza.  A  maggio si gioca la doppia finale di Coppa Italia contro la Roma. All’andata 1-0 con gol di Carbone su rigore procurato da Farris. La consapevolezza per la gara di ritorno: “Non soffriamo le trasferte. Quest’anno abbiamo perso solo una volta. E poi non credo che i giallorossi si trasformeranno in undici leoni. Invece di cercare il pareggio, hanno badato soprattutto a tenere la palla” . Sarà la sua sesta Coppa Italia vinta su sette edizioni. In evidenza il nuovo difensore centrale: si chiama Dino Baggio. “E’ arrivato al Toro come attaccante. L’ho portato indietro e sua madre ‘ Lei rovina mio figlio ’.  Ho deciso di impiegarlo come stopper perché volevo migliorasse nella fase difensiva. Anche se potrebbe tornare a centrocampo, in quanto ha tutte le qualità richieste a un centrocampista: buona visione di gioco, tiro potente, ottimo colpitore di testa. Non ha limiti. Sono certo che se ne parlerà.

Prima di salutare , gli ultimi consigli di Sergio Vatta sono per un ragazzo che ha voglia solo di mollare: pensa di non essere all’altezza. Il mister gl’impone di calciare a ripetizione in porta a fine allenamento. Gli dà fiducia. Risulterà ben riposta, perché si chiama Christian Vieri. Diciotto finali , quattordici vinte. Lo aspetta la Nazionale, ovviamente in mezzo ai suoi giovani: “Nessun tradimento. Non ho scelto il Milan oppure il Napoli. In tal caso mi sarei sentito in colpa. Forse non ho dato il massimo. Penso sempre che avrei potuto fare meglio. Mi sembra di risvegliarmi da un lungo sogno perché solo adesso che sto per andarmene , mi rendo conto di tutto quello che ho vissuto. Ho sempre pensato al futuro. Questa panchina mi ha regalato tantissime soddisfazioni, ma non ho mai avuto il tempo di godermele. Io sono un ossessivo che s’impegna nel lavoro fino al raggiungimento della meta. Incurante di tutto ciò che gli accade attorno . E così non sono riuscito a gustarmi le vittorie, sempre pronto a riprendere subito dopo a lavorare. I ricordi, adesso che sembrano già lontani, sono tutti belli”.

Ernesto Consolo

Da Soccernews24.it

COMMENTA L'ARTICOLO