Il pensiero di un tifoso

Le mezze stagioni granata


Dicono che non ci sono più le mezze stagioni. Credo valga di più per l’azzurro del cielo perché alle tinte granata piace spesso essere l’eccezione. Sta andando sbadatamente verso la conclusione un’altra mezza stagione granata, intesa come speranza europea che si scioglie col primo caldo primaverile. Campionati a temperatura variabile con alcuni picchi di Toro che illudono sia la volta buona anche se il panorama complessivo non lascia trasparire previsioni eccessivamente fiduciose.

In questo sport così allergico alla riconoscenza, ritengo sia giusto dare a Cairo i suoi meriti per aver ridato al Toro una dimensione di Serie A e una casa ricca di storia e tradizione ma, quando si decide, in una piazza prestigiosa, di alzare l’asticella degli obiettivi non è sufficiente farlo solo a parole: servono investimenti corposi, una struttura societaria più robusta e l’idea tangibile di un progetto tecnico che sia un gradino sopra quello economico. Una squadra che punta a qualcosa di importante ha bisogno di uno zoccolo duro su cui reggersi nei momenti difficili della stagione e, soprattutto, di leader in campo dediti, a lungo, alla causa granata. Nei periodi più grigi del campionato traspare una sensazione di precarietà, come una sala d’attesa di un aeroporto in cui i giocatori più talentuosi attendono di maturare prima di spiccare il volo verso lidi più ricchi. E’ un sistema calcio che, di sicuro, strizza l’occhio ai club più facoltosi ma per essere di nuovo l’eccezione, ma in senso positivo, serve una programmazione che non si faccia stravolgere dall’offerta “irrifiutabile” dell’ultimo giorno di mercato, che assembli per tempo una rosa in grado di assecondare le esigenze dell’allenatore e di tutelare, anche, il patrimonio tecnico dell’organico. Non da ultimo, per una tifoseria molto legata ad alcuni suoi ex giocatori, mi piacerebbe vedere nella società qualche elemento in più che incarni appieno il nostro DNA granata, in particolare una figura che sia concretamente da collante tra direttivo sportivo e allenatore di turno facendo comprendere ai nuovi il senso del Toro. Non siamo tifosi pretenziosi, non siamo cultori del successo a ogni costo ma chiediamo trasparenza, personalità e determinazione. Se poi l’Europa è ancora un obiettivo distante e non si presentano qui arabi o americani generosi, meglio un’operazione di schiettezza senza passi di parole più lunghi della gamba delle intenzioni. Più spazio al vivaio e a giocatori fortemente motivati, meno scambi di figurine tanto per rinnovare l’album delle illusioni, un Filadelfia che torni a essere una comunità di persone: serve più Toro dentro il Torino. E’ la densità di granatismo che può ridare piena identità a questa società, in modo che quel senso di latente precarietà lasci spazio al senso di appartenenza. Così facendo, al di là di qualche variabilità del meteo, l’orizzonte potrà essere meno plumbeo e più granata.

Davide Testera

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