Il pensiero di un tifoso:”Mi siedo ad aspettare la fine della tua presidenza”


Caro (si fa per dire) Urbano Cairo,

anni fa andai al mare con i miei bambini. Alla sera ogni volta che si lasciava la spiaggia, si riponevano i gonfiabili in uno spazio aperto accessibile a tutti, dove venivano ripresi l’indomani. Un modo pratico per evitare di portare ingombranti canotti avanti e indietro ogni giorno, basato sul fatto che i gonfiabili lì lasciati erano di scarso valore. Il nostro gonfiabile era un delfino di colore rosa, fabbricazione cinese, valore commerciale pochi euro. Ma per la mia bambina era Rosina, il suo delfino rosa, che la portava ogni giorno a sfidare le onde del mare. Potrebbe immaginare anche lei, che pure dicono essere un duro di cuore, lo sgomento, lo stupore, l’incredulità e il dolore provato una bella mattina quando scoprimmo che qualcuno aveva rubato nottetempo Rosina. A nulla valsero i tentativi di ritrovarla in spiaggia: i ladri erano stati furbi e avevano preso il gonfiabile per portarlo e utilizzarlo altrove in tutta sicurezza.

Perché si starà chiedendo mi racconta questa storia? Perché lo stesso sentimento di sgomento, stupore, incredulità e dolore lo provo ogni giorno, e con un aumento costante nel tempo, da quando lei ha preso in mano il mio Toro. Dico mio e non suo, perché il Toro è un patrimonio di sentimenti che va al di là del valore commerciale che gli si può dare. Il Toro è battaglia, voglia di non mollare mai, l’umile che alza la testa e sfida l’arrogante. Il Toro è tutto questo e anche molto di più e lei lo ha svenduto per pochi vili denari, entrando senza rispetto alcuno nella nostra storia, umiliandolo, stuprandolo, spegnendo ogni entusiasmo. L’ultimo tassello della improvvisazione, della impreparazione, del completo dilettantismo è stato il mercato di riparazione (?) di gennaio, dove non si è riparato un bel nulla, creando anzi nuove falle (sulle fasce e anche altrove). Questo mercato (che spero sia anche l’ultimo) è stato condotto con un unico proposito che ha guidato costantemente la sua azione da quanto ha preso le redini della mia squadra: guadagnare soldi. E alla fine ci è riuscito. Applausi. Un tempo avrebbe dovuto anche affannarsi a raccontare qualche cazzata ai giornalisti per giustificarsi con i tifosi, ora non è più necessario, ha fatto che comprarsi i giornali, che infatti giustificano questo scempio svendendo quell’ultimo barlume di dignità umana che hanno.

Qualcuno pensa addirittura che lei stia sfidando i tifosi: può essere, lei è sempre stato così. Uno spericolato, intelligente, veloce ad acchiappare gli affari. Un vero giocatore di poker capace di mettere tutto sul piatto e vincere. E col Toro le è riuscito a lungo, non di vincere, ci mancherebbe. I risultati sportivi non la incantano e non la interessano più di tanto. A lei interessano i soldi, i danè (da buon milanese mi capirà meglio). E anche la visibilità e la popolarità che ha avuto dal Toro. Prima di prendere il Torino era un piccolo editore di giornaletti per sciampiste e casalinghe annoiate, con tutto il rispetto per queste categorie. Senza il Toro non sarebbe arrivato ad avere La 7, Rcs, Corriere Gazzetta e via dicendo.

Ora però devo rivelarle un segreto. Se è stato così paziente da arrivare alla fine di questa lettera, intendo. Si tenga forte. Essere presidenti del Toro porta una sfiga colossale. Tutti quelli che l’hanno preceduta hanno fatto una bruttissima fine. Tutti. A Pianelli rapirono un nipote e perse il socio in un incidente mortale. Alla fine la sua ditta fallì. Cimminelli fallì e la sua azienda subì l’umiliazione di essere comprata per un euro dalla Fiat (tra l’altro dovrebbe conoscere bene la storia imprenditoriale del calabrese, visto che i giornali di qualche anno fa riportavano la notizia che c’era anche lei all’inizio nella cordata che doveva comprare il Toro dai genovesi). Già, i genovesi, come li chiamavamo a Torino: Vidulich e soci, soprattutto soci, non fecero una bella fine: raccontano che il vero proprietario, Regis Milano, perse i suoi soldi dopo un colpo di Stato assolutamente imprevisto in Indonesia. E Borsano, se lo ricorda? Finì in Parlamento e poi direttamente in galera. Era convinto di essere al sicuro con l’elezione, arrivò addirittura Tangentopoli a spazzarlo via.

Vede, la vita è davvero imprevedibile. Colpi di stato, inchieste giudiziarie, tempeste perfette. Un giorno hai il mondo ai tuoi piedi e il giorno dopo annusi la polvere. E ai presidenti del Toro è capitato molte volte. Troppe per essere un caso.

Per questo io mi siedo, caro (si fa per dire) Urbano. Mi siedo e aspetto sulla riva del fiume. Forse non vedrò passare la povera Rosina, mia figlia ormai è cresciuta e non le farebbe né caldo né freddo. Ma di certo, come nelle favole cinesi, qui dalla sponda del fiume, vedrò passare il suo (metaforico s’intende) cadavere. E il fiume continuerà a scorrere lo stesso, con lei o senza di lei.

Un tifoso deluso