Sandro Mazzola a Sky:"Quando seppi della tragedia..." - IL TORO SIAMO NOI
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Sandro Mazzola a Sky:"Quando seppi della tragedia..." - IL TORO SIAMO NOI

Sandro Mazzola a Sky:”Quando seppi della tragedia…”


Valentino Mazzola nasceva a Cassano D’Adda il 26 gennaio 1919. Sono passati 100 anni e oggi è il figlio Sandro – bandiera dell’Inter con cui ha giocato dal 1960 al 1977 collezionando 565 presenze e 158 reti- a ricordare, con un affetto sempre vivo, il papà.

“Mi ricordo quando papà mi portava al campo e io andavo nello spogliatoio, mi cambiavo con lui, poi mentre faceva allenamento io tiravo in porta dove c’era Valerio Bacigalupo. Poi a fine allenamento restava a giocare con me e io mi sentivo importante perché giocavo con il capitano del Torino. Il ricordo che ho di mio papà è sicuramente molto al calcio”.

“Mi hanno portato a casa di amici per non farmi sentire e vedere cosa era successo. Lo scoprii andando a comprare il pane dal fornaio. Mentre stavo uscendo dal negozio il panettiere raccontò ad un altro cliente chi ero e cosa successe a mio padre.

A quel punto scoppiai a piangere e corsi a casa più veloce che potevo, sperando che quello che avevo sentito non fosse vero.

Dopo quella tragedia cambiò tutto, lasciammo Torino, io tornai prima a Cassano D’Adda, poi mi mamma si risposò con quello che sarebbe diventato il mio secondo padre e andammo a vivere a Milano, nella zona di Porta Ticinese, in via De Amicis. La zona che allora era quella dei contrabbandieri di sigarette. Quando il prete ci confiscava il pallone perché giocavamo vicino alla Chiesa, noi andavamo a rubare le sigarette proprio ai contrabbandieri in modo da recuperare i soldi per comprare un nuovo pallone. Facevamo delle fughe incredibili per non essere presi”.

“Quello che ho capito poi, è che per gli italiani quel Torino rappresentava la rinascita dopo la guerra e dopo la miseria, e che ricominciava finalmente la vita. Il Toro era l’esempio di come si poteva far rivivere il Paese vincendo, non le partite, ma la vita”.

“Da bambino giocavo a pallone perché mi piaceva, non ho mai pensato di farlo perché mio papà era un calciatore. Mi piaceva andare all’oratorio, giocare con gli amici, era proprio una passione.

Essere una bandiera significa che quando la gente ti vede pensa alla tua squadra e quando vede la sua squadra sa che c’è un comandante, uno che insegna anche agli altri. Tutte le grandi squadre hanno sempre avuto qualcuno che era quello che dava l’esempio. E’ la cosa più importante”.