Festival dello sport,Baggio:”Quel rigore mi viene ancora in mente…”


Un Divin Codino senza filtri si è raccontato al Festival dello Sport, dall’addio al mondo del calcio al ricordo dell’errore dal dischetto a Pasadena: Baggio rivela tutta la sua delusione per delle scelte che hanno segnato la sua carriera.

Quando parla lui c’è sempre da direzionare le antenne e ascoltare. Roberto Baggio ha un background troppo denso di emozioni, per questo ogniqualvolta decide di scoperchiare il baule dei suoi ricordi non si può essere indifferenti. Ha deciso di raccontarsi, ancora una volta, l’ex Pallone d’Oro a Trento, in occasione del Festival dello Sport organizzato dalla Gazzetta dello Sport.

Fuori dal calcio per il ‘no’ al Mondiale 2002

“Gente dell’organizzazione diceva che le rose erano state allargate da 22 a 23 elementi perché la Fifa contava che così ci saremmo stati sia io sia Ronaldo, ma Trapattoni mi lasciò a casa. Per una volta farò la figura del presuntuoso: avrei meritato di essere convocato a quel Mondiale. È stata una delusione profonda, simile a quella di Pasadena, forse anche per questo ora vivo lontano dal calcio. Perché in me c’era voglia di rivincita proprio dopo quel rigore sbagliato”.”

Notti insonni per l’errore dal dischetto a Pasadena

“In carriera ne ho sbagliati altri, ma forse quello è stato l’unico che ho tirato alto. Eravamo indietro di un rigore, ma il mio errore è stato il colpo di grazia. La sera prima di andare a dormire mi viene in mente anche adesso. Da bambino sognavo Italia-Brasile in finale e la coppa vinta con un mio gol. Un epilogo analogo a quello di Pasadena non lo avevo mai immaginato”.”

Da Mazzone a Sacchi, il suo rapporto con gli allenatori

“Mazzone mi ha insegnato la semplicità, requisito che già avevo in me e forse per questo siamo entrati subito in sintonia. Ho avuto la fortuna di essere allenato da grandi tecnici, poi in alcuni casi i rapporti si sono incrinati per qualche screzio. La gente mi voleva bene, c’era sempre tanto affetto intorno a me, e se giocavo bene parlavano di me, e se non giocavo criticavano perché non mi facevano giocare. Io, però, non ho mai fatto niente per mettermi davanti agli altri, figuriamoci davanti a un allenatore”.”

Il debito con Firenze

“Sono arrivato a Firenze rimanendo fermo per due anni a causa di un infortunio. In quel periodo la gente si era stretta intorno a me con un affetto incredibile che non ho mai dimenticato e per questo mi sono sentito in debito con questa città”.


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