Il pensiero di un tifoso:”Laziali tristi comparse”

Verissimo che Cairo sia squallido.
Verissimo il grigiore non dico degli ultimi 70 anni ma degli ultimi 25 della nostra storia.
Verissima la nostra insopportabile e nauseante retorica.
Tutte cose vere, incontestabili.
Qualcuno potrebbe prendersela con i laziali, io invece tendo loro la mano, porgendogli la mia solidarietà.

Deve essere assolutamente insopportabile vivere nella costante sensazione di essere non solo i parenti poveri, come lo siamo noi, ma qualcosa di profondamente differente.
Deve essere durissima essere consci nel proprio intimo che non basterebbero 10 scudetti e 10 champions di fila per cancellare nell’immaginario collettivo quello che il cinema, la televisione, lo spettacolo hanno indelebilmente edificato nella cultura popolare.
Il romanista è protagonista, la Roma è protagonista, il laziale e la Lazio sono semplici comparse.
Nella cinematografia, seria e faceta, il romano è romanista, il laziale è coatto e burino.

Il romanista è furbo, scaltro, simpatico…il laziale è un poveraccio, un sottomesso, un perenne infelice.
Persino nei film più impegnati, come ad esempio “Il branco” di Marco Risi, la banda di stupratori protagonista del film, che vive nel frusinate e che passa le giornate dividendosi fra il bar, i furti e gli stupri collettivi, è in pratica quasi interamente di fede biancazzurra.
Quando la cinematografia vuole identificare un personaggio come negativo, ignorante, buzzuro, diventa laziale: c’è poco da fare…e spesso lo diventa solo perché c’è bisogno di un alter ego per il protagonista, che nove volte su dieci è romanista.

Forse anche per questo i laziali, oltre che a piangere come vitelli, hanno la tendenza ad accapparrarsi cose non loro, come le canzoni di Battisti, al quale del calcio non è mai fregata una fava, o millantando la presunta lazialità di personaggi famosi passati a miglior vita, che ovviamente non possono proclamare la loro innocenza.

Tutto ciò deve essere estremamente frustrante, lo capisco perfettamente.
Non possono nemmeno fare ciò che facciamo noi, e cioè rifugiarsi in quella retorica dei “belli e dannati” osteggiati dal destino, che tanto ci piace e che, questo va detto, tante volte ci ha aiutati a tenerci in vita.

Tutto ciò che resta loro da fare è abbaiare alla luna, fra l’altro con l’accento di Don Buro.

E.B.

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