Pronti a ripartire, nel menefreghismo di milioni di tifosi

Oh, finalmente ce l’avete fatta! Siamo onesti, non ce la facevamo più; e non ce la facevamo più anche di fare la parte degli antagonisti in un dibattito stantìo, vecchio, claustrofobico, quello tra chi voleva chiudere e aprire, bloccare o riprendere. Per carità basta. Pietà! D’altronde le avete provate tutte: prima la gente che “aveva disperato bisogno di calcio”, poi quando vi siete accorti che non attaccava siete ricorsi alle “povere famiglie” che vivono dell’indotto calcio. Ci mancavano solo quelli della FIGC ai semafori con le foto dei magazzinieri finiti sotto ai ponti, o le pubblicità progresso sulle reti nazionali in cui al posto degli africani denutriti ci fossero stati i membri degli staff delle varie squadre.

Praticamente noi eravamo quelli pronti a togliere il pane di bocca a migliaia di persone, teorici della decrescita (in)felice, che volevano distruggere un fondamentale generatore di ricchezza, un vero e proprio asset nazionale come il football tricolore. Pensate che cattive persone, lì come gufi, o come Edward Norton nella scena finale di Fight Club a sperare che venissero giù tutti i grattacieli di quel mondo tossico che è il football odierno. Gli antagonisti perfetti.

E invece no, non vogliamo assumerci nemmeno questa responsabilità! Ci avete letteralmente estenuato a forza di retorica, retorica della ripresa, della rimessa in moto: abbiamo anche sentito dire che chi voleva lo stop ai campionati intendeva bloccare il Paese, o più modestamente uccidere il calcio italiano. Retorica nauseante a fiumi, frasi fatte come se piovessero per giustificare i legittimi interessi economici. Ebbene sapete che vi diciamo: giusto ripartire!

Non siamo ironici, è giusto ripartire con un campionato di plastica, con gli stadi vuoti e i cori registrati, con le sagome cartonate dei tifosi o magari le bambole gonfiabili sugli spalti, con partite ogni tre giorni a 30 gradi di media e umidità alle stelle, con un protocollo di sicurezza sanitario paradossale che potrebbe aprire a scenari tragicomici. D’altronde le aziende si stanno rimettendo in moto; quella del calcio è una grande azienda, e allora perché dovrebbe fare eccezione?

Forse perché si giocheranno una quindicina di partite tra Giugno e Agosto? O Per rispettare la sofferenza di tanta gente che con questa emergenza ha perso tutto? No, non riteniamo che queste cose debbano influire sul dibattito: non siamo abituati – noi – ai facili moralismi. In realtà non c’è nessun motivo per cui il calcio non debba ripartire, a parte l’ovvio menefreghismo di milioni di (ex) appassionati, noi compresi. Questo però lascia il tempo che trova, anche perché si sente che è cambiato il clima. C’è voglia di uscire, di respirare, di tornare alla normalità (come se quella di prima fosse normalità, ma lasciamo perdere). Il calcio, se come detto è un importante settore “industriale”, non deve fare eccezione.

Avete alla fine ottenuto il vostro scopo: siete stati così martellanti che avete convinto pure noi, ci avete preso per sfinimento. D’altronde vince sempre chi ha più forze, mezzi, soldi, motivazioni. E poi il vostro ragionamento, obiettivamente, non fa una piega: perché mentre tutti gli enti strategici stanno riaprendo il calcio deve tenere calato il sipario? È la premessa che ci lascia un po’ con l’amaro in bocca, quella per cui il pallone viene considerato solo e unicamente come un’azienda.

Sia chiaro, errore nostro conservare ritualità tribali, lo stadio, la maglia, la rappresentanza e via discorrendo, ma speravamo almeno che gli interessi economici fossero il 70, l’80, anche il 90% del calcio. Non che rappresentassero l’assoluto 100%. Ci avete mostrato, in un periodo tragico per il Paese, il totale scollamento del calcio dalla sua base, quella dei tifosi, a cui per gran parte della ripresa non interessa nulla. Per mesi avete ragionato su come alimentare la bolla in una propaganda (a dir poco) autoreferenziale, roba che sembravate politici a fine legislatura attaccati unghie e denti ai loro scranni.

 Ci avete infine costretto ad essere “favorevoli” alla ripartenza solo mettendo le carte in tavola, gettando la maschera, parlando del pallone in termini puramente economici ed aziendali (ma prendendo comunque a pretesto i poveri cristi che lavorano dietro le quinte). Ancora qualche ora fa Gravina, presidente della FIGC, affermava:

Non sappiamo quale Paese abbiate in mente, né mai ci sogneremmo noi di parlare a nome di tutto il Paese, ma passiamo oltre. Certo, se per riformare il calcio italiano aveste messo un decimo – ma che dico un decimo, un centesimo! – dell’impegno profuso in questi mesi per auto-conservarvi, a quest’ora il pallone nazionale sarebbe un giardino dell’Eden di avanguardia e prosperità. Oramai però il dado è tratto: come anticipato noi stessi non ce la facevamo più, neanche a difendere la nostra posizione, quindi ripartiamo pure.

Ci interessa a questo punto solo salvare i dilettanti e le società minori, che ovviamente sono esclusi dalla ripresa (un milione e oltre di tesserati alla lega nazionale dilettanti, ma per loro non riparte il Paese). In ogni caso, per quanto possa valere, di questi campionati non ce ne fregherà assolutamente niente; ma proprio nulla, meno di zero. E non per cattiveria, ma perché ci avete mostrato con tutto lo squallore possibile come il calcio sia ormai una questione solo ed esclusivamente di soldi e potere. In futuro proveremo a tenerlo a mente.

Detto ciò adesso ci serve una pausa di riflessione, prima di perdonare inesorabilmente i nostri aguzzini in preda a una imbarazzante Sindrome di Stoccolma; ci sentiamo un po’ offesi e disgustati ma faremo di necessità virtù, e prima o poi ci passerà. Nel frattempo a parlare di calcio giocato ci penseranno quei maniaci che già si eccitano sui pallonetti di Kimmich o sulle giocate di Jadon Sancho. Come faremmo senza di loro, che dicono di amare il calcio ma non sanno nemmeno cosa sia: non ne hanno davvero la più pallida idea, neanche se lo immaginano lontanamente.

 E il bello è che si permettono anche di sfottere quei vecchi, disgustati dal football odierno, che hanno passato la giovinezza e non solo a giocare in strada; se lo permettono, loro che sì e no hanno frequentato una scuola calcio, cresciuti tra FIFA e Football Manager, e che adesso non vedono l’ora di rivedere Dybala in campo. Questa pandemia in fondo è stata nient’altro che un acceleratore, alla faccia di quei poveri illusi che speravano in un ripensamento del nostro stile di vita o del modello di produzione: siamo quelli di prima, solo con più fretta e più rabbia di tornare a fare ciò che già facevamo.

Questa poi sarà una ghiotta occasione per quella narrazione tutta contemporanea, quell’ideologia alla moda – quanto ci manca oggi un libertario come Battisti – che sta rendendo il calcio una scienza. Un modello svilente e avvilente, che si concentra sui soli fatti di campo e li analizza fino alla nausea, fino a che il calcio stesso non si identifichi integralmente con i fatti di campo. Ecco, il nuovo football sarà per loro, e a maggior ragione, materia da vivisezionare e a cui appassionarsi. 

Da parte nostra siamo conservatori, e apparteniamo a un’altra parrocchia. Del pallone ci commuove ancora la partitella tra ragazzini in Sud America, in Medio Oriente, nelle spiagge spagnole o nell’Italia profonda; ci emozionano il tifo e lo stadio, le rivalità e gli sfottò, le bandiere e i colori. Siamo malati di calcio in quanto religione laica, rito di popolo, gigantesco “fenomeno sociale”, come diceva Simon Kuper. Per il “contorno”. Che senso ha la partita senza tutto quel contorno? Per noi, come avrete capito, nessuno. Per quanto riguarda gli altri, temo che a breve lo scopriremo. Preghiamo per loro. Amen.

Fonte Contrasti

 

 

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