Lutto in casa granata

Il calcio piange la scomparsa di Marino Lombardo: se l’è portato via un infarto alla soglia dei 71 anni. Era nato a Trieste il 9 aprile del 1950. Da calciatore fu un pilastro del Torino, al quale approdò diciassettenne proveniente dalla Tevere Roma, nel 1967. In maglia granata vinse un campionato Primavera ed esordì a vent’anni in serie A. Giocava da difensore, uno di quelli concreti: non uno stilista, ma neppure un piede quadrato, sapeva cosa fare del pallone.

Con il Torino una Coppa Italia e lo scudetto nel ’75/’76, con Claudio Sala, Pulici e Graziani: segnavano altri, e lui neppure un gol. Il Toro per 90 partite. Poi la cessione al Cesena, e la Pistoiese, il Pescara, un anno di Triestina nell”80/’81, l’Arezzo e la chiusura nelle file della Pro Gorizia, con un brutto infortunio.
Dalla frattura di tibia e perone al supercorso di Coverciano, con Scoglio e Marcello Lippi tra i compagni di banco, e le prime panchine nelle giovanili: Triestina, Udinese, una stagione al Pordenone e un’avventurosa prima squadra a Udine, una strana coppia con Bora Milutinovic a sostituire Massimo Giacomini prima dell’arrivo di Nedo Sonetti.

E finalmente la panchina alabardata con la promozione in serie B nell”88/’89. Squadra autarchica (De Riù presidente, ds Salerno), con tanti giocatori triestini (Roby Lenarduzzi, Dussoni, Vascotto, gli adottivi De Falco e Costantini), tanti friulani (Cortiula, Papais, il carnico Polonia, Danelutti, Trombetta) e il bomber Simonetta insieme a Russo, Pasqualini, Gandini, Cerone, Butti, Casonato… Lombardo era convinto che le vittorie nascessero nello spogliatoio. Era un po’ allenatore, un po’ fratello maggiore, un po’ compagno di merende: qualcuno diceva che ai giocatori concedesse stravizi. Ma la squadra girava e i risultati arrivavano.
L’anno nel campionato cadetto fu il più breve di tutti, durò pochi mesi: delusione, contestazioni e l’esonero (con Giacomini stavolta a prendere il suo posto).
Vicende familiari prima che di carriera portarono Lombardo oltre confine: prima in Slovenia, poi a Cherso in Croazia, dove la panchina era il pretesto del suo buen retiro isolano. In anni più recenti, di nuovo con le giovanili a Monfalcone, gli ultimi prima delle redini di un’oscura squadretta istriana. Apparizioni rarefatte, niente tivù, molti ricordi sulla sua pagina Facebook, qualche polemica in sintonia con il personaggio che non le manda a dire. E ora l’addio improvviso.

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