Football Leaks:così i grandi club si sono mangiati il calcio - IL TORO SIAMO NOI
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Football Leaks:così i grandi club si sono mangiati il calcio


Una Superlega europea del pallone. Un campionato riservato alle squadre più ricche e potenti, quelle con i bilanci gonfiati da sponsor e tv, pronte a pagare stipendi multimilionari ai loro campioni. Niente retrocessioni, ma porte aperte, semmai, a pochi, selezionati club. Questo, in estrema sintesi, il progetto studiato dai padroni del calcio continentale, società come Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco e anche la Juventus, per moltiplicare i loro ricavi e, di fatto, mettere fuori gioco i tornei nazionali, destinati a perdere audience e quindi introiti.
Le carte che descrivono nei dettagli il piano elaborato fin dal 2016 con l’attiva partecipazione, tra gli altri, del presidente della Juve, Andrea Agnelli, emergono dalla gigantesca banca dati di Football Leaks, milioni di documenti ottenuti dal settimanale tedesco Der Spiegel e analizzati da L’Espresso insieme agli altri partner internazionali del consorzio giornalistico Eic (European investigative collaborations).

Più volte rivisto e corretto, il progetto è ancora di stretta attualità. Risale al 22 ottobre scorso una lettera della società di consulenza Key Capital Partners al presidente del Real Madrid, Florentino Perez, in cui si descrive la creazione di una società che avrebbe come azionisti 11 grandi squadre. E cioè le italiane Juventus e Milan, insieme a Paris Saint Germain e Bayern Monaco, le spagnole Real Madrid e Barcellona, le inglesi Arsenal, Chelsea, Liverpool e le due di Manchester, il City e lo United. Il documento appare come una prima bozza di accordo destinato con ogni probabilità a essere integrato nei prossimi mesi. Di certo però la lega dei big del pallone sembra determinata a prendere il posto della Uefa, l’associazione delle federazioni dei Paesi europei che gestisce le competizioni continentali, a cominciare dalla Champions League.

La nuova società, di cui il Real Madrid sarebbe il maggior azionista con il 18 per cento circa del capitale, avrebbe il compito di fissare i criteri per la distribuzione dei proventi televisivi, oltre a decidere e applicare le norme che regolano il nuovo campionato su scala continentale, un torneo che lascerebbe ai singoli campionati nazionali, riservati alle squadre di media grandezza, soltanto le briciole della torta miliardaria del calcio. Nella bozza che compare tra le carte di Football Leaks si legge che oltre agli 11 membri fondatori, la futura Superlega potrebbe contare anche sulla partecipazione di altre cinque squadre: le italiane Inter e Roma, l’Atletico Madrid, l’Olympique Marsiglia e il Borussia Dortmund.

Dai documenti analizzati da L’Espresso con gli altri partner del consorzio Eic, emerge che già due anni fa le big seven del calcio europeo erano pronte a scendere in campo per fare piazza pulita dei tradizionali assetti del calcio europeo. Il 31 marzo del 2016 i rappresentanti di Real Madrid, Barcellona, Bayern, Juventus, Milan, Manchester United e Arsenal si erano dati appuntamento in un lussuoso hotel di Zurigo con l’obiettivo di passare alla fase operativa del progetto Superleague. Dopo aver raggiunto una prima intesa, l’operazione non è poi andata in porto, ma il gruppetto delle sette grandi squadre è comunque riuscito a cambiare le regole del gioco in modo da aumentare i propri profitti.

Le carte di Football Leaks descrivono nei dettagli il negoziato tra i manager delle grandi squadre e l’Uefa, a cui è stata prospettata senza troppi giri di parole la prossima creazione di una Champions League alternativa. A partire da maggio del 2016 e poi per tutta l’estate seguente si sono susseguiti gli incontri per trovare un accordo. La trattativa, secondo quanto risulta dai documenti, è stata in buona parte gestita, per conto delle big seven, da Karl-Heinz Rumenigge, l’ex attaccante tedesco passato alla presidenza del Bayern, insieme ad Andrea Agnelli.

Con il presidente Michel Platini sospeso dall’incarico perché coinvolto in un’inchiesta giudiziaria sulla gestione finanziaria dell’associazione e il suo braccio destro Gianni Infantino passato a dirigere la Fifa, in quelle settimane l’Uefa era provvisoriamente diretta dal segretario generale, il greco Theodore Theodoridis. E proprio quest’ultimo ha infine alzato bandiera bianca avallando una riforma della Champions League, annunciata ad agosto del 2016 ed entrata in vigore a partire da questa stagione, che finisce per destinare risorse ancora maggiori alle squadre più forti. Ovvero quelle che minacciavano di lasciare l’Uefa per lanciare un nuovo campionato.

Ogni anno, il massimo torneo continentale per club muove oltre 2 miliardi di euro. Un fiume di denaro che secondo le previsioni della stessa Uefa potrebbe crescere fino a 3,2 miliardi entro il 2021. Con il nuovo meccanismo di distribuzione delle risorse, ogni società incassa una somma che dipende per il 25 per cento dai risultati raggiunti nelle precedenti edizioni della Champions League e per un altro 15 per cento dal valore dei diritti tv incassati nel proprio Paese. In precedenza, invece, erano solo i proventi televisivi incassati in patria a determinare per il 40 per cento l’entità delle risorse destinate a ciascun club. La novità finisce per favorire le squadre più ricche, le stesse che negli ultimi anni hanno raggiunto con maggiore frequenza i turni finali della Champions. Inoltre anche i cosiddetti “contributi di solidarietà” pagati dalle società maggiori a quelle più piccole sono stati rivisti in modo da favorire le prime.

I documenti di Football Leaks fanno anche per la prima volta un bilancio della riforma: i club minori, quelli che giocano la Europa League, perdono in totale circa 60 milioni di euro all’anno, mentre quelli che partecipano alla Champions guadagnano 150 milioni in più per stagione. E così, nell’Europa del calcio, aumenta il vantaggio delle squadre maggiori su tutte le altre. Fino a quando la distanza sarà così ampia da sembrare incolmabile e i big del pallone potranno tornare a chiedere di giocare un campionato studiato su misura per i padroni del business.

Fonte:L’Espresso


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