Gramellini:”Vorrei che restasse al Toro solo chi lo considera il suo Real Madrid”

Massimo Gramellini dalle pagine del Corriere di Torino analizza il momento del Toro.


I prossimi tre mesi saranno decisivi. Lo si dice ogni estate, ma stavolta lo saranno davvero: in un senso o nell’altro, perché un altro campionato senza sale risulterebbe insopportabile. Il Toro di Cairo ha impiegato alcune stagioni per stabilizzarsi in serie A e alcune altre per guadagnarsi altrettanto stabilmente la colonna sinistra della classifica. Tempi biblici, obietterà qualcuno, ricordando che a Borsano ne bastarono due per portarci dalla B alla finale di Amsterdam. Ma allora c’era un divario economico minore tra chi conta su dodici milioni di tifosi e chi su uno solo, come noi. Inoltre Borsano poté avvalersi dei frutti di un settore giovanile straordinario, costruito dai suoi predecessori. Da Dino Baggio a Lentini, piazzava un gioiellino all’anno e con il ricavato rafforzava la squadra.

Cairo ha ereditato soltanto un marchio, sia pure il più romantico mai esistito, e dei tifosi storicamente in credito con il destino, reduci dal decennio più devastante della loro storia, quello che va dalla Coppa Italia di Goveani al fallimento di Cimminelli. Ci sono voluti tredici anni per ritornare definitivamente nella borghesia del calcio, ma ora siamo la settima forza del campionato per monte-ingaggi: un traguardo di cui essere grati a Cairo, ma anche un obbligo per il futuro, perché il prossimo anno qualsiasi piazzamento inferiore al settimo posto dovrà essere considerato una sconfitta. In fondo si tratta di crescere di una decina di punti, quelli lasciati alle due squadre di Verona.

Le premesse stavolta sono solide almeno quanto le promesse: abbiamo un vivaio in crescita costante, un campo di allenamento da brividi e un allenatore di prima qualità, la cui ossessione per l’equilibrio tattico non delizierà gli esteti, ma produce punti. Il resto dipenderà dai prossimi tre mesi. Da come la società saprà spendere, ma soprattutto da come saprà reinvestire ciò che avrà guadagnato con le prevedibili cessioni di M’Baye Niang e di uno tra Adem Ljajc, Daniele Baselli e Andrea Belotti. La penso come Mazzarri: vorrei che restasse al Toro solo chi lo considera il suo Real Madrid. Il Gallo si trova al bivio tra l’andare in una squadra che lo aiuti a vincere e il restare in quella che può vincere grazie al suo aiuto. La scelta spetta al suo buon senso. A Cairo, che di buon senso è pieno, auguro invece un’estate di moderata follia, affinché possa seguirne un autunno di smodate godurie.

 

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