Massimo Gramellini:”Quel giorno il Toro fece piangere Sinisa,ora si torna a Roma, ma lui fa piangere noi”

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Sarò matto, ma la corsa al settimo posto non mi entusiasma. Preferirei di gran lunga un trofeo. La sfida di domani ci costringe a un salto carpiato all’indietro. 19 giugno 1993. Stesso stadio, l’Olimpico. Stessa avversaria, la Roma. Stessa competizione, la Coppa Italia. Stavolta sarà un ottavo di finale, allora era la finalissima. Eravamo il Toro di Mondonico, già senza Lentini e Vazquez, ma ancora con Scifo e Bruno. Arrivai allo stadio con un presentimento di sofferenza che il risultato dell’andata non giustificava. Partivamo da tre gol di vantaggio. Per perdere la Coppa avremmo dovuto subire una invasione di cavallette oppure di rigori contrari. Le cavallette ci furono risparmiate. Quanto ai rigori, dei tre che Giannini schiaffò alle spalle di Marchegiani, solo uno – il primo – fu inventato dall’arbitro Sguizzato, al quale rivolsi per tutta la partita una serie di apprezzamenti che un prete seduto due file più in basso accompagnava ogni volta con il segno della croce. Il secondo rigore era netto e il terzo era scemo: un’ingenuità di cui la mia memoria ha fortunatamente rimosso il colpevole. Pennellone Silenzi pareggiò il primo rigore con un contropiede maestoso e l’urlo della Maratona in trasferta tagliò come un coltello l’Olimpico. All’intervallo già si fantasticava sulla festa che sarebbe cominciata di lì a poco: per riuscire a rovinare tutto avremmo dovuto prenderne altri 4, troppi persino per degli autolesionisti patentati come noi. Invece li prendemmo, l’ultimo su punizione scagliata da Mihajlovic. A salvarci furono il secondo gol di Pennellone, due parate mostruose di Marchegiani e il palo su cui si stampò il tiro conclusivo di Giannini. Al fischio finale ricordo il buon Miha sdraiato sul prato in lacrime, mentre noi esultavamo quasi più per lo scampato pericolo che per l’impresa di una vittoria arrivata con una sconfitta. Non Potevamo sapere che sarebbe stata l’ultima sera in cui avremmo alzato al cielo qualcosa. Mi piacerebbe che ricominciassimo da domani. In quello stesso stadio dove facemmo piangere l’uomo che, da quando ci allena, fa spesso piangere noi.

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