“A Torino non si pensa mai al salto di qualità”

Due pali e una traversa

Di Matteo Virano

Il risultato delle partite tra Toro e Napoli è ambivalente, dipende dalla prospettiva con cui lo si guarda. Quando il saggio indica la luna, lo sciocco guarda il dito. Ecco, se si guarda pigramente il dito, si vedrà, da una parte, un Napoli stellare che ogni anno lotta teoricamente per lo Scudetto e fa la sua comparsata in Champions, si vedranno quattro giocatori come Mertens, Insigne, Callejon e Hamsik, si vedrà una squadra che s’intende a memoria perché gioca insieme da una vita. Dall’altra, ci sarà un Toro che finisce in Europa League un solo anno e per disgrazie altrui, ci saranno Belotti fuori forma, Falque pur sempre volenteroso, Niang e Ljajic irritanti, Valdifiori che ha giocato un anno decente ad Empoli, ci sarà una squadra smembrata ogni anno che si amalgama a Natale nel migliore dei casi. Allora si potrà pensare che, in fondo, ci può stare che il Napoli, in casa sua ed in casa nostra, detti legge e ci rifili spesso e volentieri caterve di goal.
Se però, invece del dito si fa la fatica di guardare la luna, allora ci si renderà conto che una decina d’anni fa Napoli e Toro, mese più, mese meno, erano entrambe fallite ed in mezzo ad una strada, il primo addirittura sarebbe poi ripartito dalla Serie C.
Il bacino d’utenza era più o meno lo stesso, vero è che il napoletano allo stadio va a prescindere, mentre il torinista è più legato al grande evento e più propenso all’autocommiserazione (e come dargli torto). Ma il tifoso, se invece di sentirsi coccolato riceve multe a casa perché ha sbagliato seggiolino, non ci si può stupire se poi s’incazza ed a casa ci rimane. Qui possiamo raccontarci favole finchè i bambini non sono andati a nanna, ma tutto gira intorno ad un fatto fondamentale. Due Presidenti hanno raccolto nella polvere due squadre storiche, uno ha riportato la sua nelle posizioni che le competono, l’altro no.
Sui motivi, si potrebbe scrivere un trattato di economia, e proprio qui sta l’inghippo. Sia a Napoli che a Torino, i conti tornano da anni, e pure bene. In entrambi i casi, quando arriva l’offerta irrinunciabile per il campione, o presunto tale, lo si vende senza battere ciglio. Peccato che, in un caso, ceduto Cavani arrivi Higuain, nell’altro, ceduto Cerci arrivi Amauri. In pratica, a Napoli l’obiettivo economico va di pari passo con quello sportivo, a Torino il secondo è solo accessorio rispetto al primo. Anzi, c’è l’impressione che quel minimo salto di qualità necessario per puntare seriamente ogni anno al settimo posto (mica al primo) non venga fatto perché l’Europa è vista più come un fastidioso motivo di spesa che come una fonte di prestigio e di orgoglio. Prova recente ne è il rinnovo di contratto a Petrachi, mago delle plusvalenze, che sono cosa buona e giusta se reinvestite nel club, meno se rimangono chiuse in cassaforte. Prova ricorrente ne è il solito mercato di gennaio che fa sembrare faraonico quello del precedente agosto, se si pensa che nell’anno dell’Europa League arrivò un ex giocatore come Gonzalez, quando con uno come Acquah, magari, saremmo arrivati in finale.
Tutto questo mi fa pensare che, in fondo, cinesi, arabi e russi non siano questo grave pericolo tanto temuto dai fedelissimi dell’attuale proprietà. Milano è un ottimo esempio a riguardo: i cinesi, da una parte stanno facendo divertire i propri tifosi, dall’altra stanno facendo divertire quelli avversari. L’importante è sempre e solo la serietà del progetto attorno al quale tutto ruota. A Napoli hanno capito che quello economico passa anche e soprattutto tramite quello sportivo, a Torino, no. Se per miopia o per calcolo errato, non saprei e non mi interessa. Per qualcuno è venuto il momento di cambiare gli occhiali o la calcolatrice, oppure di passare la mano a chi ha una buona vista o sa fare bene i conti a mente. Se poi non parlerà piemontese alle cene sociali, credo che ce ne faremo tutti una ragione.

One comment on ““A Torino non si pensa mai al salto di qualità”
  1. Domenica Gaetani ha detto:

    io penso che il toro sia sparito nel momento che siamo andati in serie b-., arriva un inprenditore milanese ma molto furbo è lo compra x un pezzo di pane è in 12 anni diventa il più ricco-., a lui tanti soldi a noi tante amarezze., questa è l ultima storia finita male

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